Ci sono allenatori che cambiano i risultati di una squadra. E poi c’è Giovanni Galeone, che a Pescara ha cambiato qualcosa di molto più difficile da modificare: il modo in cui una città guarda se stessa.
Quando nell’estate del 1986 arrivò sulla panchina biancazzurra, il Pescara era una squadra costruita per la Serie C1 e ripescata in Serie B quasi per caso, con quattordici giocatori a disposizione. Dieci mesi dopo aveva vinto il campionato cadetto. L’anno successivo conquistò la prima e unica salvezza in Serie A della storia del club.
Ma non è per questo che quarant’anni dopo, a Pescara, il suo nome si pronuncia ancora con un misto di affetto e orgoglio quasi familiare.
È per il come. Per un 4-3-3 arrembante che rifiutava il calcolo. Per una squadra che andava a vincere a San Siro e la domenica dopo perdeva 4-5 in casa senza cambiare di una virgola la propria idea. Per un uomo che citava Brecht e Sartre in sala stampa e che, quando gli chiedevano cosa gli mancasse, rispondeva sempre la stessa cosa: «ridatemi Pescara e il mare».
A Villa Pescara raccogliamo le storie di questa città: quelle che i nostri ospiti non trovano nelle guide, ma che spiegano perché Pescara è Pescara. Questa è la nostra dedica al Profeta.
Il galeoniano era colui che affrontava la vita in maniera sfrontata e audace. Sempre all’attacco, come il 4-3-3 che era il marchio di fabbrica del suo calcio.
Napoli per nascita, Trieste per formazione
Giovanni Galeone nasce a Napoli il 25 gennaio 1941, in una famiglia borghese: padre ingegnere, madre casalinga. Ma il Golfo lo accompagna solo per i primissimi anni: la famiglia si trasferisce presto a Trieste, ed è quella la città che lo forma davvero.
A Trieste succedono due cose che spiegano tutta la sua carriera. La prima è il calcio di strada, giocato con i ragazzi delle famiglie slave dei quartieri popolari: da loro assorbe un’idea di gioco istintiva, creativa, imprevedibile. Non l’applicazione di uno schema, ma l’invenzione continua.
La seconda è la letteratura, trasmessa dalla madre. Galeone legge, e legge seriamente. Bertolt Brecht e Jean-Paul Sartre restano per tutta la vita i suoi riferimenti dichiarati; ama Pier Paolo Pasolini e quell’idea di “calcio di poesia” contrapposta al calcio di prosa. Si diploma ragioniere, ma il ragioniere non lo farà mai.
È una biografia anomala per un allenatore italiano degli anni Ottanta, e spiega perché non si sia mai piegato alla logica del calcio-azienda: ha preferito restare fedele a una filosofia sua, anche a costo di rimanere ai margini delle grandi panchine.
Il calciatore e la lunga gavetta
Prima della panchina c’è il campo. Centrocampista elegante e poco disciplinato, Galeone preferiva l’intuizione allo schema — esattamente ciò che avrebbe chiesto ai suoi giocatori vent’anni dopo. Ha vestito le maglie di Ponziana, Monza, Arezzo, Vis Pesaro e Udinese, chiudendo in Friuli nel 1974.
Poi comincia un percorso che oggi sarebbe impensabile: dodici anni di provincia pura prima di arrivare a una piazza importante. Pordenone, Adriese, Cremonese, Sangiovannese, Grosseto, le giovanili dell’Udinese, il Como, la SPAL.
Sono anni in cui costruisce un metodo senza avere i giocatori per applicarlo. Lavora sulla zona in un’Italia che marca ancora a uomo, insiste sul 4-3-3 quando il campionato è un catalogo di 5-3-2 e di liberi puri.
Insieme ad Arrigo Sacchi — e poco dopo a Zdeněk Zeman, con cui condividerà per sempre l’etichetta di irregolare — è tra i pochissimi tecnici italiani della seconda metà degli anni Ottanta a ripensare da zero il modo in cui una squadra occupa il campo. La differenza è che Sacchi trova il Milan. Galeone trova il Pescara.
Estate 1986: l’arrivo in riva all’Adriatico
Nell’estate del 1986 il Pescara è in una condizione paradossale. La rosa è stata costruita per la Serie C1, poi arriva il ripescaggio in Serie B al posto del Palermo. Quando il gruppo parte per il ritiro, i giocatori disponibili sono una pattuglia di quattordici elementi, molti recuperati dalla C.
Chiunque, in quella situazione, avrebbe chiesto alla squadra di difendersi.
Galeone fa l’opposto. Imposta un 4-3-3 offensivo, chiede ai terzini di spingere, ai tre davanti di restare larghi e alti, e trasforma una rosa modesta in una squadra che diverte e che vince.
Il Pescara chiude il campionato 1986-87 al primo posto: vittoria della Serie B e promozione nella massima serie. È il momento in cui la città si accorge di avere per le mani qualcosa di diverso da un buon allenatore.
1987-1989: due anni in paradiso
La stagione successiva entra nella leggenda. Il Pescara non si limita a salvarsi — cosa che riesce per la prima e unica volta nella storia del club, garantendo due stagioni consecutive in Serie A tra il 1987 e il 1989. Il Pescara gioca. E vince partite che nessuno aveva previsto.
Settembre 1987, San Siro. Il Pescara batte l’Inter 2-0 in casa loro.
Febbraio 1988, stadio Adriatico. Il Pescara batte la Juventus 2-0.
19 febbraio 1989, Stadio Olimpico. Contro la Roma di Nils Liedholm arriva un 3-1 con tripletta di Tita. Alla fine i quarantunomila dell’Olimpico applaudono la squadra ospite e Galeone lascia il campo in trionfo, in casa d’altri.
Il cuore tecnico di quella squadra sono due stranieri: il brasiliano Júnior, uno dei centrocampisti più eleganti mai visti in Italia, e il bosniaco Blaž Slišković, il preferito del mister. La leggenda pescarese racconta che fu proprio Júnior, guardandolo giocare, a dire: «Se avessi i piedi di Blaž sarei un miliardario».
C’è anche il rovescio della medaglia, ed è la parte che rende quella squadra amata persino dai tifosi avversari: giocando sempre a viso aperto, il Pescara incassava imbarcate storiche. Otto gol dal Napoli, sei dal Milan, cinque dalla Roma. Galeone non cambiò mai. Perdere restando fedeli a un’idea, per lui, era preferibile a salvarsi tradendola.
Il 4-3-3 non era uno schema, era una dichiarazione
Per capire Galeone bisogna capire cosa significava, per lui, quel modulo. Non era una scelta tattica tra le tante: era una posizione morale sul gioco. «Il 4-3-3 è l’unico modulo che ha ragione di esistere», ripeteva, aggiungendo che in campo bisogna divertirsi.
Tradotto in pratica significava:
- Difesa a zona alta, in un’epoca di marcature a uomo con il libero alle spalle
- Tre attaccanti fissi e larghi, con l’obbligo di attaccare la profondità
- Terzini offensivi, anni prima che diventasse un’ovvietà
- Pressing alto e linea difensiva coraggiosa, con tutti i rischi del caso
- Nessun adattamento all’avversario: la squadra faceva la sua partita, punto
Era un calcio che accettava il rischio come parte del patto con il pubblico. E la struttura era così rigida e riconoscibile che qualcuno l’ha paragonata alla struttura fissa degli episodi del tenente Colombo: sapevi già come sarebbe andata, e ti guardavi lo stesso ogni puntata.
Questa impostazione lo colloca di diritto, accanto a Sacchi, tra i tecnici italiani più innovativi della fine degli anni Ottanta.
Il ritorno e la seconda promozione
Nel 1989 il Pescara retrocede e Galeone lascia. Ma la separazione dura poco: nel novembre del 1990 torna sulla panchina biancazzurra subentrando a Carlo Mazzone, e nella stagione 1991-92 riporta il Pescara in Serie A.
Di quel periodo resta indimenticabile un Pescara-Milan 4-5: nove gol, una squadra di provincia che va a sfidare a viso aperto la corazzata dell’epoca e le segna quattro reti. È il riassunto perfetto del galeonismo — perdere, sì, ma raccontandolo per trent’anni.
Complessivamente Galeone siederà sulla panchina del Pescara quattro volte: 1986-1989, 1990-1993, il terzo ciclo dal 1999 al 2001 e un brevissimo passaggio da consulente tecnico nell’estate del 2007. Resta l’allenatore più vincente della storia biancazzurra.
Udine, Perugia, Napoli: gli anni fuori dall’Adriatico
Fuori da Pescara la carriera prosegue tra intuizioni e occasioni mancate.
Con l’Udinese, nel 1994-95, arriva la terza promozione in Serie A. Con il Perugia, nel 1995-96, la quarta e ultima: ed è a Perugia che fa esordire tra i professionisti un diciottenne destinato a diventare campione del mondo, Gennaro Gattuso.
Nel novembre 1997 arriva la chiamata del Napoli, l’unico grande club che si rivolgerà mai a lui. L’avventura dura tre mesi e a fine stagione gli azzurri retrocedono. È l’appuntamento della vita, arrivato tardi e nella situazione peggiore possibile.
Seguono Ancona nel 2003-04 e di nuovo l’Udinese nel 2006-07, ultima panchina. C’è poi un capitolo che va raccontato per onestà: nel luglio 1993 Galeone fu squalificato otto mesi per omessa denuncia, nell’ambito della vicenda della cosiddetta “maga” genovese.
In carriera ha ottenuto quattro promozioni in Serie A: due con il Pescara, una con l’Udinese, una con il Perugia.
Il maestro di Allegri e Gasperini
Se si misurasse l’influenza di un allenatore non dai trofei ma dagli allenatori che ha generato, Galeone sarebbe tra i primissimi nella storia del calcio italiano.
Massimiliano Allegri è stato suo giocatore a Pescara ed è rimasto legato al “Maestro” per tutta la vita. Gian Piero Gasperini ha attinto invece alla parte offensiva e verticale di quell’insegnamento, portandola alle estreme conseguenze. Marco Giampaolo completa il terzetto degli allievi più noti.
È un dato che dice molto: due modi quasi opposti di intendere il gioco, nati dalla stessa scuola. Galeone non ha creato dei cloni, ha creato dei pensatori. È la differenza tra insegnare un sistema e insegnare un metodo.
Un dettaglio ha colpito tutti: la sera stessa della sua morte, il 2 novembre 2025, Allegri e Gasperini si affrontavano a San Siro in Milan-Roma.
Galeoniano: a Pescara è un modo di vivere
Questa è la parte che chi non è di Pescara fatica a capire.
Negli anni di Galeone la città si divise in galeoniani e anti-galeoniani. E la divisione non riguardava soltanto il calcio: il galeoniano era chi affrontava la vita in maniera sfrontata e audace, sempre all’attacco.
L’aggettivo è uscito dal campo e si è infilato nel linguaggio comune. Ha smesso di descrivere un modo di giocare per descrivere un modo di stare al mondo: senza rete, senza calcoli difensivi, accettando di perdere male pur di non rinunciare a provarci.
Per una città di mare, aperta, un po’ spavalda, era un’identità che calzava a pennello. Non è un caso che Pescara abbia poi amato allo stesso modo, vent’anni più tardi, la Zemanlandia di Verratti, Immobile e Insigne.
Il 2 novembre 2025 e i giorni dopo
Giovanni Galeone si è spento domenica 2 novembre 2025, intorno all’ora di pranzo, all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine, dove era ricoverato da oltre un mese. Aveva 84 anni.
Un’ultima coincidenza amara: se n’è andato all’indomani di una delle peggiori sconfitte del “suo” Pescara, travolto 5-0 a Palermo. In Serie A è stato osservato un minuto di silenzio.
Mercoledì 5 novembre si sono tenuti i funerali nel Duomo di Udine. Nella stessa fascia oraria, dalle 15.30 alle 17.30, Pescara ha osservato il lutto cittadino, proclamato con ordinanza del Comune.
A Udine è salita una rappresentanza pescarese numerosissima: tifosi, ex biancazzurri, l’assessore allo Sport Patrizia Martelli, il vicepresidente del Consiglio comunale Claudio Croce, il consigliere Luigi Albore Mascia — che da sindaco, nel 2013, aveva conferito a Galeone la benemerenza civica del Delfino d’Oro — e la polizia locale in alta uniforme con il gonfalone della città. C’erano anche Massimiliano Allegri e Adriano Galliani. La salma è stata poi cremata, come da sua espressa volontà.
E poi c’è il gesto che più di ogni altro racconta il rapporto tra quest’uomo e questa città. La mattina del 5 novembre, sul lungofiume vicino al porto, comparve una scritta: «Il sogno e la storia della nostra città che in eterno resterà. Ciao Giovanni».
Nessun comunicato, nessuna cerimonia. Una scritta sul muro, di notte, fatta da qualcuno che non ha lasciato il nome.
Lo stadio, il porto, il Ponte del Mare
Dalla domenica della sua morte, a Pescara è nata quasi spontaneamente una richiesta: intitolargli lo stadio Adriatico.
La campagna è partita sui social ed è diventata in poche ore una petizione online, affiancata da un comitato cittadino spontaneo e da una proposta protocollata in Consiglio comunale dal consigliere Loris Mazzioli, componente della commissione di toponomastica.
L’iter, però, è complicato per due ragioni. La prima è che lo stadio è già intitolato a Giovanni Cornacchia, campione olimpico di atletica leggera e altra figura fondamentale dello sport pescarese. La seconda è normativa: il regio decreto del 23 giugno 1927 stabilisce che nessuna denominazione possa essere attribuita a strade o strutture pubbliche per persone decedute da meno di dieci anni, salvo deroga del Prefetto — la stessa procedura che a Napoli permise di intitolare rapidamente il San Paolo a Maradona.
Sono arrivate proposte di sintesi. Il presidente del CONI Abruzzo, Antonello Passacantando, ha suggerito di lasciare la pista di atletica intitolata a Cornacchia e di dedicare a Galeone il campo da gioco: soluzione che ha anche un valore simbolico, visto che Cornacchia curò la preparazione atletica proprio del Pescara allenato da Galeone.
Sono circolate anche ipotesi alternative: il porto turistico Marina di Pescara, oppure il Ponte del Mare, che i nostri ospiti conoscono bene perché è la prima tappa che consigliamo a chi arriva in città.
Le tappe di una vita
Domande frequenti
Quante volte Galeone ha allenato il Pescara?
Quattro: dal 1986 al 1989, dal 1990 al 1993, dal 1999 al 2001 e per un breve periodo nel 2007 come consulente tecnico.
Quante promozioni in Serie A ha ottenuto?
Quattro: due con il Pescara (1987 e 1992), una con l’Udinese (1995) e una con il Perugia (1996).
Perché lo chiamavano “il Profeta”?
Per un’idea di calcio che anticipava i tempi — zona e 4-3-3 offensivo in un’Italia ancora legata alla marcatura a uomo — e per il rapporto quasi mistico con la piazza pescarese. Veniva chiamato anche “il Marinaio”.
Quali allenatori sono stati suoi allievi?
Massimiliano Allegri e Gian Piero Gasperini su tutti, oltre a Marco Giampaolo. A Perugia fece esordire un giovanissimo Gennaro Gattuso.
Quando è morto Giovanni Galeone?
Il 2 novembre 2025, all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine, all’età di 84 anni.
Lo stadio di Pescara è stato intitolato a Galeone?
Dalla sua scomparsa è nata una forte richiesta popolare, con petizioni e una proposta in Consiglio comunale. L’impianto è però già intitolato a Giovanni Cornacchia e la normativa nazionale prevede tempi lunghi.
Perché questa storia sta su questo sito
Villa Pescara è un luogo che sta a Pescara e che di Pescara vive. Non siamo un sito di calcio e non pretendiamo di esserlo. Ma la nostra sezione Storie nasce da un’idea semplice: raccogliere le persone e i luoghi che hanno reso questa città un posto riconoscibile.
Giovanni Galeone è una di quelle persone. Non era nato qui, non è morto qui, e in città ha passato in tutto una decina d’anni. Eppure è difficile spiegare Pescara a chi non la conosce senza passare da lui: dal 4-3-3, dalla stagione dell’87, dalla parola “galeoniano” che ancora si sente pronunciare al bar da gente che nell’87 non era nata.
Ci piace pensare che ci sia qualcosa in comune tra il suo modo di intendere il lavoro e il nostro. L’idea che le cose vadano fatte bene anche quando nessuno guarda. Che valga la pena rischiare qualcosa in nome della qualità, invece di limitarsi al compitino. Che un posto valga per come fa sentire le persone.
Se avete un ricordo del mister — una partita vista da bambini, una frase sentita al bar, una domenica all’Adriatico — lasciatelo nei commenti qui sotto. Raccoglieremo i contributi più belli in questa pagina. E se volete scoprire la città da vicino, date un’occhiata alle nostre esperienze o scriveteci.
Grazie, mister. Sempre all’attacco.
Fonti e approfondimenti
- Giovanni Galeone — Wikipedia
- Giovanni Galeone — Wikipedia (inglese)
- Pescara calcio in lutto — Il Centro
- L’intervista per gli 84 anni — Il Centro
- L’ultimo saluto a Udine — Il Centro
- Masci e l’intitolazione dello stadio — Il Centro
- Il ritratto — Il Fatto Quotidiano
- Chi era Giovanni Galeone — Il Messaggero
- Addio all’ex allenatore del Pescara — Abruzzo Impresa
- Il “profeta” del 4-3-3 — AGI
- Il profeta del calcio offensivo — Fanpage
- Ultimo profeta del calcio di poesia — Avvenire
- Il maestro di provincia — Il Manifesto
- Il maestro libero del calcio italiano — Abruzzo Quotidiano
- Lutto cittadino a Pescara — Il Pescara
- La petizione per lo stadio — Il Pescara
- La proposta del CONI Abruzzo — Sportmediaset
Ultimo aggiornamento: settembre 2026. Se noti un’imprecisione o vuoi aggiungere un ricordo, scrivici.